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DROSERA

PIANTE CARNIVORE

Ecco un rarissimo esemplare di drosera rotundifolia (dal greco "dròsos" rugiada) chiamata anche rosolida (dal latino "ros solis", rugiada del sole), fotografata in Alta Val Lardana.
Le piante del genere Drosera sono tra le specie vegetali carnivore più conosciute. Esse catturano l'insetto con il secreto viscoso dei loro tentacoli, quindi lo avvicinano con questi ultimi al corpo della foglia e lo digeriscono.

I SEGRETI DELLE OFIOLITI PIACENTINE”
UNA NUOVA STAZIONE DI DROSERA ROTUNDIFOLIA L.


di

Guendalina Castignoli, Giacomo Bracchi e Andrea Poggi


Da non molto conosco e cerco di coltivare le piante carnivore: come la maggior parte delle persone ho sempre pensato che fossero piante tropicali, difficili, lontane. Abito a Piacenza ed ho la fortuna di avere una casa sull’Appennino presso una località ricca di boschi e paesaggi incantevoli ancora poco antropizzati. Da anni vado in giro, da anni li fotografo, ma mai avevo guardato questi luoghi con “occhi carnivori”. Adesso capisco meglio la loro importanza e la loro storia , grazie anche alle persone che con me hanno scritto questo articolo: Andrea Poggi, “cacciatore”di siti idonei e autore delle foto che accompagnano questo scritto, e Giacomo Bracchi, naturalista e collaboratore del Museo Civico di Storia Naturale di Milano, che si è occupato della parte scientifica e bibliografica ,entrambi profondi conoscitori del posto.



La presenza di D. rotundifolia nell’Appennino Ligure-Emiliano è stata segnalata in corrispondenza di alcune zone umide della Provincia di Genova (AITA et alii, 1979; MONTANARI, 1987; BERNARDELLO & MARTINI, 1999), della Provincia di Parma (MARCHIORI & SBURLINO, 1981) e della Provincia di Piacenza dove esistono quattro segnalazioni abbastanza recenti: tre si trovano nel Comune di Ferriere ed una in Alta Val Trebbia. Tali località sono situate entro un raggio di circa 15 Km rispetto a quella che qui descriveremo come una nuova stazione,individuata presso una torbiera dell’Alta Val Nure. Analogamente a quanto avviene per le altre tre fino ad oggi accertate entro il territorio del Comune di Ferriere, anche questa risulta situata entro un’area interamente interessata dall’affioramento delle serpentiniti e delle peridotiti del Complesso del Monte Ragola : tale tipologia di rocce rappresenta il substrato preferenziale in corrispondenza del quale sono instaurate le popolazioni di D. rotundifolia dell’Appennino Ligure-Emiliano (PIGNATTI, 1982).



Ma arriviamo a descrivere il sito che ospita la nuova stazione di D. rotundifolia e le vicissitudini che hanno portato alla sua individuazione.

La torbiera sede della scoperta è localizzata entro un pianoro occupante il fondo di una conca glaciale (LOSACCO, 1940) situata a circa 1100 m s.l.m., entro la fascia altitudinale in corrispondenza della quale è concentrata la maggioranza dei laghetti glaciali dell’Alta Val Nure (ANDREI & GANDOLFI, 1965) ed entro la fascia vegetazionale del faggio (Fagus sylvatica L.). La conca occupa il ripiano più basso delle serie di gradini che caratterizzano il versante Nord di Monte Ragola e il pianoro che ne occupa il fondo, avente la forma di un’ellisse con l’asse maggiore orientato in direzione NE-SO, presenta un’area complessiva di circa 20.000 m2, occupata per circa il 15% da una palude e, per la rimanente porzione, da suoli torbosi più o meno impregnati d’acqua anche durante la stagione estiva. La torbiera entro la quale è stata rilevata la presenza di D. rotundifolia è occupata in gran parte da una prateria igrofila a piccole Cyperaceae e Gramineae, che MONTANARI & GUIDO (1980) hanno attribuito all’ordine Caricetalia davallianae Br.-Bl. 49, vista la cospicua presenza di: Sesleria uliginosa Opiz, Carex panicea L., Blysmus compressus (L.) Panzer, Carex davalliana Sm. e Carex fusca All. Laddove il terreno è impregnato d’acqua, la prateria si arricchisce di specie come Caltha palustris L., Filipendula ulmaria (L.) Maxim, Lysimachia vulgaris L. e Sanguisorba officinalis L. (BRACCHI et alii, in stampa), sfumando nell’ordine Molinietalia W.Koch 26 (MONTANARI & GUIDO, 1980). Secondo MONTANARI & GUIDO (1980) la presenza delle già citate C. davalliana, D. incarnata, E. palustris, E. latifolium, unitamente a quella di elementi come Carex tumidicarpa Anderss. e Parnassia palustris L., indicherebbero la presenza, entro la prateria igrofila, di frammenti dell’associazione fitosociologica Caricetum davallianae (Br.-Bl.) Dutoit 24, spintasi a sud durante un periodo climatico più favorevole dell’attuale e oggi da considerarsi rarissima per Appennino essendo limitata alla catena alpina. La rimanente superficie del bacino (circa il 15 %) ospita in parte una prateria meso-xerofila, in cui compaiono elementi delle classi Festuco-Brometea Br.-Bl. et Tx. 43, Nardo-Callunetaea Preisg 49 e Molinio-Arrhenatherea Tx. 37, insieme ad alcuni cespugli di Juniperus communis L., Prunus spinosa L. e di Rosa spp., in parte una prateria acidofila, caratterizzata da elementi ascrivibili alla classe Nardo-Callunetaea come Calluna vulgaris Hull., Galium verum L., Genista tinctoria L. e Nardus stricta L., in parte da una boscaglia igrofila dominata da Alnus incana L. (MONTANARI & GUIDO, 1980; PIROLA et alii, 1984; BRACCHI et alii, in stampa).



Il sito in questione, naturalmente, è bello anche dal punto di vista paesaggistico e, una volta all’anno, ospita una “festa” che attira un gran numero di campeggiatori, fra cui anche noi. Era una bella giornata ed ognuno di noi era contento di essere lì per tanti motivi : Giacomo era circondato da tutte quelle “rarissime” piante che stava classificando, Andrea le fotografava da ogni angolazione e con tutte le luci possibili mentre io osservavo e mi riposavo dopo la faticaccia della salita! Tutti sapevamo di trovarci in un posto con probabilità carnivore… bisognava cercare.

Viene sera...montiamo le tende. Quando ormai c’è buio ci allontaniamo dal fuoco e notiamo un muschio che ricopre il terreno e sopra qualcosa che brilla, illuminato dalla luce della pila…un ammasso di goccioline splendenti che ricoprono una miriade di piantine...tutte attaccate le une alle altre, tutte forti e vigorose, tutte con le foglioline rivolte in su, tutte in fiore. La tanto cercata Drosera ,trovata per caso a 2 metri dal nostro accampamento! Inutile descrivere come ci siamo sentiti o che tipo di emozione sia stata: siamo rimasti tutti increduli a fissarle pieni di ammirazione e rispetto, non vedendo l’ora che arrivasse la luce del giorno per poterle osservare meglio e per capire quante ve ne fossero. Da subito abbiamo notato che le Drosere vegetano in un sito in cui noi, probabilmente, non le avremmo cercate: al margine della torbiera, molto lontane dall’acquitrino e dalla palude, in un punto completamente asciutto , quasi al limite del bosco.

Le piantine di D. rotundifolia, stimabili in un centinaio circa, sono concentrate entro un piccolo appezzamento (40 m2) di prateria igrofila avente esposizione a Est e che, in accordo con MONTANARI & GUIDO (1980), è attribuibile all’ordine Caricetalia davallianae, visto che entro di esso sono state rilevate (BRACCHI et alii, in stampa) B. compressus, C. fusca e P. palustris unitamente ad altre specie rientranti nella classe Scheuchzerio-Caricetea fuscae Nordh. 36 come Euphrasia rostokviana Hayne, Potentilla erecta (L.) Raeusch. e S. officinalis. Nel medesimo sito sono inoltre state individuate almeno due specie di muschi, la più diffusa delle quali, Aulacomnium palustre (Hedw.) Schwaegr, è anche quella che più frequentemente si trova a diretto contatto con D. rotundifolia. Si noti che la contemporanea presenza di A. palustre e D. rotundifolia sembra indicare l’esistenza dell’associazione Aulacomnietum palustris Pietsch 58, tipica di formazioni erbacee igrofile. Questa porzione di torbiera , di forma rettangolare, è delimitata a un lato dalla faggeta (qui compaiono anche individui di Frangula alnus Mill. e di J. Communis), agli altri tre lati da una prateria che, essendo perennemente allagata, ospita un molinieto come provato dalla contemporanea abbondanza di S. officinalis e F. ulmaria, insieme a Juncus articulatus L. e Succisa pratensis Moench (MONTANARI & GUIDO, 1980; BRACCHI et alii, in stampa). In certi punti le Drosere formano dei veri e propri cespi, in altri sono più rade; alcune sono rosse perché esposte al sole per gran parte della giornata, altre sono completamente verdi perché riparate dalla vegetazione. Ne abbiamo viste di tutte le dimensioni ed età e le piante adulte avevano appena terminato la fioritura.

Abbiamo esplorato tutta l’area della torbiera, ma non abbiamo individuato altre popolazioni di questa specie. Considerato che la conca glaciale entro cui è situata la prateria che abbiamo descritto è caratterizzata dalla presenza di

· una popolazione di D. rotundifolia, specie considerata rara per l’Italia (PIGNATTI, 1982),rarissima nonchè molto dispersa per l’Appennino Settentrionale (TOMASELLI et alii,1985) e protetta da svariate Leggi sia a livello regionale che europeo,ma non tutelata nella Regione Emilia Romagna

· frammenti della associazione fitociologica Caricetum davallianae, rarissima per l’Appennino (MONTANARI & GUIDO, 1980)

· numerose specie protette dalla Regione Emilia-Romagna (ROMANI & ALESSANDRINI, 2002; BRACCHI et alii, in stampa)

· un ecomosaico di praterie igrofile, praterie meso-xerofile e boscaglie igrofile unitamente a scorci su caratteristici aggruppamenti vegetazionali di stagno, di palude, di torbiera e di pozze temporanee (MONTANARI & GUIDO, 1980; PIROLA et alii, 1984)

Considerato anche che la stessa area è sede di

· attività di pascolo da parte di Bovini ed Equini che determina un’inevitabile eutrofizzazione del terreno (come dimostrato dall’abbondanza di A. variegatumsoprattutto in corrispondenza dell’alneto, dove gli amenti trovano riparo) costituendo potenziale pericolo per specie che, come D. rotundifolia, sono esclusive di terreni acidi e poveri d’azoto

· attività ricreative abituali in grado di richiamare centinaia di persone nonché veicoli motorizzati a due e a quattro ruote

Vorremmo trovare un modo per richiamare l’attenzione affinché l’intero bacino sia sottoposto a qualche progetto di protezione e conservazione.

Ci sono tante altre torbiere che ci siamo ripromessi di visitare e studiare in questa zona. I posti dove poter cercare sono tanti… ma ci impegneremo. Siamo fiduciosi di poter trovare altri siti dove crescono in piena salute le Drosere e speriamo di poter trovare anche qualche stagno in cui sia presente l’Utricularia o, cosa ancora più difficile, di incappare nella Pinguicula, mai segnalata per la Provincia di Piacenza.

Nel frattempo mi auguro di cuore che coloro che hanno scritto questo articolo con me divengano presto membri dell’AIPC!

PS: Uno speciale ringraziamento ad Alan Hale, studioso ed appassionato di Briofite che si è occupato della classificazione dei muschi su cui crescono le Drosere e a Silvia Speroni per le indicazioni fornite riguardo la localizzazione di... “strani muschi".




Bibliografia

AITA, L., MARTINI, E. & ORSINO, F. 1979. Flora e vegetazione dei laghetti delle Agoraie e zone limitrofe (Appennino Ligure Orientale). Lavori della Società Italiana di Biogeografia, 6: 163-220.

ALESSANDRINI, A. & BONAFEDE, F. 1996. Atlante della Flora protetta della Regione Emilia-Romagna. Regione Emilia-Romagna, Assessorato Territorio, Programmazione e Ambiente. Sevizio Paesaggio, Parchi e Patrimonio Naturale.

ALESSANDRINI, A. & CHESTERMAN, D. 1986. Dactylorhiza traunsteineri, Orchidacea nuova per l’Appennino e per l’Emilia. Atti Istituto Botanico e Laboratorio Crittogamico, serie 7, 5: 127-128.

ANDREI, M. & GANDOLFI, G. 1965. I laghi di Val Nure (Appennino Piacentino): Fisiografia e Idrobiologia. Bollettino Pesca e Idrobiologia, 20 (1): 61-142.

ANFOSSI, G. 1915. I laghi dell’Appennino Settentrionale e la loro distribuzione. Rivista Geografica Italiana, 22: 425-457.

BOLZON, P. 1920. Flora della Provincia di Parma e del confinante Appennino Tosco-Ligure-Emiliano. Savona.

BERNARDELLO, R. & MARTINI, E. 1999. I pregi della Flora nel Parco dell’Aveto. Recco Microart’s.

BRACCHI, G., BRACCHI, R. & BANFI, E. In stampa. Flora del Complesso del Monte Ragola e dell’Alta Val Nure.

CARTASEGNA, M.N. 1984. Lineamenti floristici e vegetazionali del Monte Nero (Val Nure – Piacenza). Atti Istituto Botanico e Laboratorio Crittogamico, serie 7, 3: 109-115.

ELTER, P. & MARRONI, M. 1992. Le Unità Liguri dell’Appennino Settentrionale: sintesi dei dati e nuove interpretazioni. Memorie descrittive alla Carta Geologica d’Italia, 46: 121-138.

ELTER, P., GHISELLI, F., MARRONI, M. & OTTRIA, G. 1997. Note Illustrative alla Carta Geologica alla scala 1:50000. Foglio 197 Bobbio. Servizio Geologico d’Italia, Roma: 106.

LOSACCO, U. 1940. Appunti sulla morfologia glaciale dell’Appennino Settentrionale. Bollettino della Società Geografica Italiana, 5: 86-107.

LOSACCO, U. 1949. La glaciazione Quaternaria dell’Appennino Settentrionale. Rivista Geografica Italiana, 56: 90-152; 196-272.

MONTANARI, C. 1987. Interesse fitogeografico e paleobotanico degli ambienti palustri della Val d’Aveto. Quaderni Istituto Geologico dell’Università di Genova, 5: 247-262.

MONTANARI, C. & GUIDO, A. 1981. La vegetazione idro-igrofila di alcune conche lacustri del versante Nord di Monte Ragola (Alta Val Nure – Appennino Ligure-Emiliano). Archivio Botanico e Biogeografico Italiano, 56: 13-42.

PIROLA, A., BALDUZZI, A., BRACCO, F., CARTASEGNA, M.N., KANDLER, d., PECCENINI, S. & SARTORI, F. 1984. Ricerche inerenti in sistema ambientale dell’Alta Val Nure. Università degli Studi di Pavia, Istituto di Botanica.

PIGNATTI, S. 1982. Flora d’Italia. Voll. I, II, III. Edagricole, Bologna.

ROMANI, E. & ALESSANDRINI, A. 2002. Flora Piacentina. Museo Civico di Storia Naturale di Piacenza e Società Italiana di Scienze Naturali.

ROVERETO, G. 1904. Geomorfologia delle Vali Liguri. Atti della Reale Università di Genova, 18: 5-226.

TOMASELLI, M., ALESSANDRINI, A. & GERDOL, R. 1985. Analisi corologica e valutazione fitogeografica di alcune orofite nordappenniniche. Archivio Botanico e Biogeografico Italiano, 61: 118-142.


Un sentito ed affettuoso ringraziamento a Guenda, Giacomo e Andrea che
hanno contribuito all'arricchimento del mio piccolo spazio web.


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